di James Franco
Lo stravagante comportamento adottato di recente da Shia LaBeouf, l'attore ventisettenne meglio noto per il suo ruolo nella saga dei "Transformers", ha portato ad un frenetico proliferare di commenti e articoli da parte della stampa. Sebbene l'assennatezza di certe sue azioni sia discutibile, da attore e artista, io sono incline ad assumere un atteggiamento empatico nei confronti della sua condotta.
Passiamo in rassegna i fatti. Tutto è cominciato a dicembre, quando LaBeouf è stato accusato di plagio dopo che un critico notò delle somiglianze tra il suo cortometraggio "Howard Cantour.com" e una storia dell'autore di graphic novel Daniel Clowes. LaBeouf si è scusato su Twitter, ammettendo di aver "omesso di citare la fonte esatta" ("neglected to follow proper accreditation"), ma poi si è scoperto che la scusa stessa è stata formulata usando le parole di qualcun altro. Geniale o patologico?
Poi, all'inizio di questo mese, vedendo che l'attenzione dei tabloid era tutta rivolta verso di lui, si è presentato alla première del suo film "Nymphomaniac" con un sacchetto di carta in testa con su scritto "I am not famous anymore" ("non sono più famoso"). E la settimana scorsa ha messo in scena, in una galleria di Los Angeles, una performance artistica chiamata "#IAmSorry", in cui i visitatori, a turno, si sedevano di fronte a lui che li guardava attraverso i fori ritagliati da un sacchetto di carta simile.