
di Sonny
Portare sul grande schermo un'opera letteraria non è impresa facile. Da una parte c'è il vincolo del testo di riferimento che non dovrebbe mai essere ridotto solo a semplice "soggetto"; dall'altra il pubblico e il modo in cui ha recepito quello stesso testo. Non tradire le aspettative del lettore che "riscrive mentalmente" in immagini un libro, mentre lo legge, rendendolo proprio, è forse lo scoglio più difficile da superare. Per quanto una trasposizione cinematografica possa essere fedele, ci sarà sempre qualcuno deluso dal risultato finale. Non esiste quindi la formula ideale per una resa perfetta, ma un regista in equilibrio tra il testo e l'esperienza soggettiva come lettore, ancora prima che come architetto dell'immagine, è un regista che certamente parte col piede giusto.
Nel trasporre "Child of God", uno dei classici di Cormac McCarthy ambientato sul confine della frontiera americana, James Franco raggiunge con successo questo equilibrio. La sua esperienza di regista che manipola testi scritti ha radici lontane: dal corto "The Feast of Stephen" fino all'ultimo "As I Lay Dying", Franco si è confrontato con la poesia e la letteratura con cui è cresciuto e che ama, filtrando con occhio contemporaneo opere ritenute intoccabili. La chiave per una buona resa di "Child Of God" era tutta in Lester Ballard, protagonista ingombrante e scomodo che non concede appigli e vie di fuga. Capirlo, senza giudicarlo, entrare nella sua testa, nelle sue viscere malate, spingendosi fino a quel cuore appassito eppure pulsante, era la strada giusta da percorrere.
Prima di dirigere la sua versione della storia, James Franco ha discusso con McCarthy sui messaggi del libro e le motivazioni di Ballard: "Non lo so James. Io so solo che c'è gente come lui in giro.", la risposta dello scrittore. Semplice, secca, basica. Forse lo stile del film nasce sull'onda di questo scambio di opinioni e James decide di raccontare Ballard come fosse dentro ad un documentario antropologico, riducendo all'osso il punto di vista —nel testo di McCarthy è quello corale degli abitanti del posto— per mettere la narrazione tutta sulle spalle di un enorme Scott Haze, che è come un cumulo di ossa e fango intagliato in robusto legno. Lo seguiamo trascinarsi bofonchiante per i boschi della contea di Sevier, nel Tennessee, tra le sterpaglie a raccogliere legna per il fuoco, a defecare, a scuoiare animali, fino alla deriva parafilica di corpi violati dopo la morte. Ballard è il reietto in una società che lo ha messo ai margini, Ballard è un regressione allo stato primordiale dell'uomo, Ballard cerca l'amore, seppure nell'abominio, e non è molto diverso da noi.


E' proprio questo il passaggio che non ci fa distogliere lo sguardo anche nelle scene più feroci e difficili del film. Non si tratta —solo— di empatia, ma del riconoscimento di quel buco nero in cui forse saremmo costretti a guardare se privati di tutto. Ballard ci spaventa non per quello che fa, ma perché capiamo le radici profonde del suo male.
L'occhio di Franco segue inesorabile la sua discesa agli inferi e nel restituirci il personaggio che abbiamo già incontrato nel testo di McCarthy, non rinuncia ad incredibili pennellate personali che rendono "Child of God" un'esperienza totalmente nuova. Basta solo citare la scena in cui Ballard veste il cadavere della sua prima vittima con un vestito appena comprato giù in paese, dove Scott Haze riesce ad essere contemporaneamente bestiale e buffamente impacciato quasi come fosse Charlie Chaplin in uno dei suo sketch comici. Il risultato è di straordinario effetto e conferma il talento di un regista in ascesa che sa cosa raccontare, come farlo, e procede coraggioso verso un'idea di cinema sempre più personale e non convenzionale.
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