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mercoledì 10 settembre 2014

LA RECENSIONE: The Sound and The Fury



di Chiara Fasano

"Life's but a walking shadow […] / […] It is a tale / told by an idiot, full of sound and fury / signifying nothing." "La vita non è che un'ombra che cammina […] / […] un racconto / narrato da un idiota, pieno di urlo e furore / che non significa niente."

Quell'urlo e quel furore di cui parlava il re di Scozia Macbeth nel monologo più famoso della tragedia shakespeariana hanno dato il titolo all'omonimo romanzo dello scrittore americano William Faulkner, il quale voleva, così, sottolineare lo stesso pensiero del drammaturgo inglese e cioè che per quanto gli uomini e le loro vite siano ordinari, piccoli, effimeri in rapporto all'immensità del tempo e dello spazio, in quel misero tempo in cui è dato loro di vivere, sono travolti da vortici di accadimenti, da uragani di situazioni e di rapporti umani, da quello stesso urlo e quel furore che fanno di ogni irrilevante piccola vita un'esperienza epica. Qui sta la grandezza di William Faulkner, che come Shakespeare, raccontava di uomini e gesti quotidiani, ma con una scrittura in grado di elevare quelle storie ad un valore assoluto, universale, eterno.

E ha fatto bene James Franco a riportare quei versi del Macbeth in apertura del suo adattamento cinematografico del romanzo di Faulkner, presentato alla 71° Mostra del Cinema di Venezia, come fosse un avvertimento per lo spettatore: attenzione a quello che stiamo per mostrarvi, non fermatevi alla superficie della vicenda, elevatevi insieme a lei. Non a caso Franco, in conferenza stampa, ha detto che quando pensa al romanzo di Faulkner non gli viene in mente tanto la trama, il cosa, ma il come, il modo in cui è stata elaborata. 



La storia di partenza è quella di una famiglia americana del Mississippi della fine degli anni Venti, un tempo aristocratica e istruita, ma ora in decadenza, un po' per la crisi economica, un po' per eventi interni al nucleo familiare: il ritardo mentale di uno dei figli, Benjy (interpretato nel film da James Franco), il suicidio di quello più promettente, lo studente di Harvard, Quentin (Jacob Loeb), la scandalosa gravidanza dell'unica figlia, Caddy (Ahna O'Reilly), costretta ad abbandonare la sua bambina alla nonna e al terzo figlio, il represso e violento Jason (Scott Haze). Nel romanzo, la vicenda non è raccontata da un freddo e obiettivo narratore esterno, ma è divisa in quattro capitoli, ciascuno dei quali ha un protagonista, rispettivamente Benjy, Quentin, Jason e la serva Dilsey ed è attraverso i loro occhi, i loro pensieri, i loro ricordi, i loro flussi di coscienza, che si va progressivamente a conoscere la storia. James Franco ha coraggiosamente scelto di seguire la stessa struttura del romanzo, dividendo il film questa volta in tre capitoli ("ìBenjy", "Quentin", "Jason"), e quindi narrando a partire da tre prospettive. Ma c'è di più: come Faulkner con i suoi lettori, Franco proibisce allo spettatore di restare comodamente seduto in poltrona a guardare la storia svilupparsi davanti ai suoi occhi. Franco, come Faulkner, chiede allo spettatore di partecipare attivamente ai fatti, guardare e ricostruire gli eventi con gli occhi dei personaggi, introdursi nei loro ricordi, elaborare i loro pensieri, così sarà egli stesso a mettere insieme, pian piano, le tessere di quello che sarà il mosaico finale. Solo allora potrà tornare sulla poltrona, guardare il mosaico finito a distanza e ammettere di aver capito, che è tutto molto semplice, che quella storia è la sua storia, perché in questa vita cosa c'è di più prezioso dei legami con le persone a cui teniamo più che a noi stessi? Cosa ci distrugge di più del vederci strappato via qualcosa di estremamente importante? Cosa ci annienta di più di quando perdiamo tutto quello che, di fatto, ci teneva in vita? Così noi siamo Benjy, quando ricorda con confusa nostalgia gli odori del passato; siamo Quentin quando si strugge di gelosia, invidia, angoscia e amore estremo; siamo umani, terreni e colpevoli nostro malgrado tanto quanto Caddy; abbiamo negli occhi la stessa disperazione di Jason quando cerca con le ultimissime forze di aggrapparsi a quel poco che gli resta quando ormai ha perso tutto. Capiamo così che nulla è ordinario, banale o irrilevante nelle nostre piccole vite. Che ogni piccola vita è travolta dall’urlo e dal furore. Che ogni piccola vita è epica. 

Faulkner si occupò anche di cinema e sarebbe stato fiero di questo adattamento, forte di una regia solida e consapevole, di una perfetta ricostruzione storica, di un uso sapiente della fotografia che scandisce i salti temporali, di un cast in stato di grazia (Scott Haze e Ahna O'Reilly un gradino sopra gli altri) e che ha come pregio maggiore il rispetto profondo nei confronti del materiale originario e la fedeltà al suo spirito. 

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sabato 26 ottobre 2013

LA RECENSIONE: As I Lay Dying



di Eva Edmondo

Basato sull'omonimo romanzo del 1930 di William Faulkner, As I Lay Dying racconta la storia della morte di Addie Bundren (Beth Grant) e del viaggio di suo marito Anse (Tim Blake Nelson) attraverso il Mississippi con i figli Cash (Jim Parrack), Darl (James Franco), Jewel (Logan Marshall-Green), Dewey Dell (Ahna O'Reilly) e Vardaman (Brady Permenter) per onorare il suo desiderio di essere sepolta a Jefferson, la sua città natale.

L'adattamento cinematografico di James Franco è solido, efficace e fedele, principalmente perché la sua estetica creativa rispecchia estremamente bene le tecniche letterarie utilizzate dallo scrittore americano. Difatti, l'ampio uso dello split screen può sembrare un po' disorientante all'inizio, ma diventa ben presto parte integrante del film poiché piega la temporalità e permette allo spettatore di sperimentare i molteplici punti di vista di diversi personaggi su uno stesso evento simultaneamente. In qualche modo, quindi, aggiunge anche un senso di profondità e una dimensione extra alla narrazione tendendone i confini.

Vi è anche un'incredibile vicinanza ai personaggi che viene trasmessa non solo dal ricorrente uso di primi piani arricchiti dalle eccellenti interpretazioni del cast, ma anche e soprattutto dai monologhi in voice-over alternato a direct-camera address. Quest'ultimo, indipendentemente da quanto possa sentirsi inaspettato e intimidatorio, dà libero accesso all'interiorità e alla psicologia dei singoli personaggi e crea una vera e propria connessione tra loro e lo spettatore, cosicché uno tiene veramente a loro e sente per loro seguendoli nella loro missione. É proprio questa sorta di tacita empatia che aggiunge un importante strato umano, tenero e commovente ad un mondo altrimenti prevalentemente scuro, triste e selvaggio che lascia tuttavia appena il giusto spazio per un po' di umorismo nero.


Il ritmo generale del film è lento, ma c'è qualcosa di stranamente lirico su di esso che lo fa scorrere piuttosto bene e lo mantiene coerente senza diventare troppo noioso considerando la sua serietà. Per di più, è interessante notare come le due o tre scene di maggiore azione siano in slow-motion, il che in un certo senso va contro le convenzioni generali ma allo stesso tempo aumenta la sensazione di suspense e fa letteralmente trattenere il fiato allo spettatore.

Ambizioso ma mai pretenzioso, As I Lay Dying è audace e supera gli ostacoli posti dal romanzo più che onoratamente con un approccio ingegnoso che, nonostante il materiale impegnativo, resta semplice e guida lo spettatore durante il tutto. Detto ciò, se James Franco è riuscito ad evocare la prosa notevolmente unica e complessa di Faulkner addirittura a qualcuno che non ha letto il libro nella sua totalità, deve proprio aver fatto un gran bel lavoro.


sabato 12 ottobre 2013

James Franco: The Animals



di Eva Edmondo

Appena si mette piede nella piccola galleria situata su un soppalco al primo piano di Colette, un concept store che si trova al numero 213 di rue Saint-Honoré a Parigi, si viene immediatamente travolti da un'incredibile esplosione di colori che crea un vero e proprio shock visivo. Questo effetto così immediato ed eclatante non può che essere prodotto da The Animals, fresca esposizione artistica di James Franco in mostra dal 7 ottobre al 2 novembre 2013.

Ciascuno degli otto dipinti della serie sembra essere composto da molteplici strati, ed è interessante notare come ad ogni singolo sguardo nuovi e casuali particolari saltino inaspettatamente all'occhio. Si tratta, infatti, di un mélange creativo e apparentemente caotico di pennellate, scritte, disegni, forme e fotografie dove l'innegabile marchio distintivo di James Franco è onnipresente. In alcuni casi la vera base è addirittura una pagina o la copertina di un libro, ma in ultima analisi la giustapposizione dei diversi media non è mai gerarchica e risulta sempre perfettamente armoniosa e compatta nell'insieme dell'opera. Questo aspetto da un certo punto di vista giocoso e interattivo ha il risultato di coinvolgere direttamente l'osservatore invitandolo, o meglio sfidandolo, a scrutare, decifrare, interpretare e trovare un qualsiasi leitmotiv o una possibile chiave di lettura personale nello stimolante labirinto di immagini proposto sulla tela. 


I dipinti principali sono inoltre caratterizzati da tinte intensissime e da colpi di pennello violenti e dal carattere quasi espressionistico che danno come l'impressione che la pittura stessa voglia letteralmente uscire dalla tela e attaccare l'osservatore. Questo elemento rimanda inevitabilmente all’istallazione video al centro di tutta la mostra, un lungo filmato che mostra essenzialmente una successione di performance eseguite da un gruppo di uomini e donne in costante movimento e con addosso maschere e costumi animaleschi; gli schizzi di vernice volano in abbondanza ricoprendo poco per volta i corpi seminudi degli individui, i quali perdono gradualmente ogni residua connotazione umana diventano sempre più androgini e sempre più simili ad animali nelle loro varie attività fisiche. I numerosi primi piani, l'uso ricorrente dello slow motion e l'assordante musica elettronica/rock presente in sottofondo creano nel complesso un effetto quasi psichedelico e ipnotico che fa sì che le immagini sullo schermo, in un primo momento semplicemente bizzarre, se non persino divertenti, assumano ben presto un carattere in qualche modo grottesco, sinistro e inquietante. 


The Animals eccede, seduce, provoca e mette alla prova l'osservatore nel tentativo di indurre una riflessione sullo stato più primitivo e selvaggio dell'uomo riportandolo a un mondo originario privo di restrizioni sociali e culturali.

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domenica 15 settembre 2013

Venezia 70: la recensione di 'Child of God'



di Sonny

Portare sul grande schermo un'opera letteraria non è impresa facile. Da una parte c'è il vincolo del testo di riferimento che non dovrebbe mai essere ridotto solo a semplice "soggetto"; dall'altra il pubblico e il modo in cui ha recepito quello stesso testo. Non tradire le aspettative del lettore che "riscrive mentalmente" in immagini un libro, mentre lo legge, rendendolo proprio, è forse lo scoglio più difficile da superare. Per quanto una trasposizione cinematografica possa essere fedele, ci sarà sempre qualcuno deluso dal risultato finale. Non esiste quindi la formula ideale per una resa perfetta, ma un regista in equilibrio tra il testo e l'esperienza soggettiva come lettore, ancora prima che come architetto dell'immagine, è un regista che certamente parte col piede giusto.

Nel trasporre "Child of God", uno dei classici di Cormac McCarthy ambientato sul confine della frontiera americana, James Franco raggiunge con successo questo equilibrio. La sua esperienza di regista che manipola testi scritti ha radici lontane: dal corto "The Feast of Stephen" fino all'ultimo "As I Lay Dying", Franco si è confrontato con la poesia e la letteratura con cui è cresciuto e che ama, filtrando con occhio contemporaneo opere ritenute intoccabili. La chiave per una buona resa di "Child Of God" era tutta in Lester Ballard, protagonista ingombrante e scomodo che non concede appigli e vie di fuga. Capirlo, senza giudicarlo, entrare nella sua testa, nelle sue viscere malate, spingendosi fino a quel cuore appassito eppure pulsante, era la strada giusta da percorrere.

Prima di dirigere la sua versione della storia, James Franco ha discusso con McCarthy sui messaggi del libro e le motivazioni di Ballard: "Non lo so James. Io so solo che c'è gente come lui in giro.", la risposta dello scrittore. Semplice, secca, basica. Forse lo stile del film nasce sull'onda di questo scambio di opinioni e James decide di raccontare Ballard come fosse dentro ad un documentario antropologico, riducendo all'osso il punto di vista nel testo di McCarthy è quello corale degli abitanti del postoper mettere la narrazione tutta sulle spalle di un enorme Scott Haze, che è come un cumulo di ossa e fango intagliato in robusto legno. Lo seguiamo trascinarsi bofonchiante per i boschi della contea di Sevier, nel Tennessee, tra le sterpaglie a raccogliere legna per il fuoco, a defecare, a scuoiare animali, fino alla deriva parafilica di corpi violati dopo la morte. Ballard è il reietto in una società che lo ha messo ai margini, Ballard è un regressione allo stato primordiale dell'uomo, Ballard cerca l'amore, seppure nell'abominio, e non è molto diverso da noi


E' proprio questo il passaggio che non ci fa distogliere lo sguardo anche nelle scene più feroci e difficili del film. Non si tratta solo di empatia, ma del riconoscimento di quel buco nero in cui forse saremmo costretti a guardare se privati di tutto. Ballard ci spaventa non per quello che fa, ma perché capiamo le radici profonde del suo male.

L'occhio di Franco segue inesorabile la sua discesa agli inferi e nel restituirci il personaggio che abbiamo già incontrato nel testo di McCarthy, non rinuncia ad incredibili pennellate personali che rendono "Child of God" un'esperienza totalmente nuova. Basta solo citare la scena in cui Ballard veste il cadavere della sua prima vittima con un vestito appena comprato giù in paese, dove Scott Haze riesce ad essere contemporaneamente bestiale e buffamente impacciato quasi come fosse Charlie Chaplin in uno dei suo sketch comici. Il risultato è di straordinario effetto e conferma il talento di un regista in ascesa che sa cosa raccontare, come farlo, e procede coraggioso verso un'idea di cinema sempre più personale e non convenzionale.

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martedì 10 settembre 2013

Venezia 70: la recensione di 'Palo Alto'



di Chiara Fasano


Ci sono film che, per le loro tematiche, sembrano tutti uguali. I film americani sui teenager ad esempio. Quante volte abbiamo visto liceali alle prese con le prime esperienze nel mondo degli adulti? Atleti e cheerleaders, secchioni e disadattati, gay e bulli: un carnevale di tipi fissi che cinema e tv ripropongono ogni stagione. Ma poi ci sono registi che, grazie alla loro personale visione e al loro gusto, prendono in mano questi soggetti cristallizzati e danno loro vita, creando qualcosa di nuovo. 

E' questo il caso di "Palo Alto" di Gia Coppola (ultima discendente della dinastia creativa capeggiata dal nonno Francis Ford), visto durante la 70a Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Basato sulla raccolta di racconti "Palo Alto: Stories" (in Italia edito da Minum Fax con il titolo "In Stato di Ebbrezza" e tradotto da Tiziana Lo Porto), scritti da James Franco, anche produttore e interprete del ruolo del Coach B., il film incrocia le storie di diversi studenti di una stessa scuola, nel libro protagonisti di racconti distinti. Personaggi dotati di una forte caratterizzazione, per nulla tipizzati. Come James Franco aveva fatto nei racconti, così Gia Coppola, nel film, attribuisce loro una profonda complessità, avvicinandoli alla realtà e innescando nello spettatore un sentimento di tenerezza ed empatia, di solito poco frequente di fronte a questo tipo di soggetti.

C'è Emily (Zoe Levin), la ragazzina che ha bisogno d'amore più degli altri e che crede di trovarlo dandosi con facilità ai suoi compagni di scuola. La storia di questo personaggio è l'incrocio di due storie narrate nel libro: quella di Emily dell'omonimo racconto e quella della Pam di "Chinatown", di cui Franco narrava la tristissima vicenda di abusi sessuali, cupa, amara e a tratti disturbante, con realismo e schiettezza. Vicenda che nel film viene condensata in un'unica, bellissima scena luminosa in cui la camera segue Emily che cammina e saltella, la chioma bionda ondeggia e la sua triste storia è affidata solo al racconto di una voce fuori campo.

L'eleganza della mano di Gia Coppola è uno dei pregi più grandi del film. Elegantissima è anche la scena con protagonista un altro personaggio forte, April (Emma Roberts), quella in cui scopre il sesso con il suo professore di ginnastica (James Franco). Anche qui ogni gesto è lasciato all'immaginazione. Tutto ciò che vediamo è una serie di splendidi primi piani della ragazza, illuminata da un uso sapientissimo della fotografia. Gia Coppola riesce sempre a mantenere il giusto equilibrio stilistico, raccontando con gusto e profondità una storia, quella della relazione di una studentessa con il suo professore, che in altri casi si sarebbe prestata all'abbandono a facili stereotipi.



A forti personaggi femminili si affiancano forti personaggi maschili: Fred (Nat Wolff) e Teddy (Jack Kilmer). Fred appare come il classico bullo nato per cacciare nei guai se stesso e gli altri (soprattutto il suo migliore amico Teddy), ma alla fine si rivela il ragazzo più fragile e insicuro di tutti. E poi c'è Teddy, il personaggio più riuscito del film, e del libro. Sensibile, taciturno, pensieroso, la sua storia è la più tenera e commovente. Teddy ha l'animo degli artisti. Diversamente dai suoi coetanei, vede le cose al di là della superficie. 

Esattamente come la sua regista, che da un bellissimo libro, ha tratto un bellissimo film, fedele al suo spirito e alla complessità dei suoi contenuti, ma stilisticamente molto diverso. Gia Coppola ha dimostrato, così, di avere una sua personale visione delle cose, una sua voce. Che non è niente male.

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venerdì 8 marzo 2013

LA RECENSIONE: Il Grande e Potente Oz

Regia: Sam Raimi
Con: James Franco, Mila Kunis, Michelle Williams, Rachel Weisz
Anno: 2012 



di Chiara Fasano

"Io non voglio essere un brav'uomo. Io voglio essere un grande uomo."

Se "Il Grande e Potente Oz", così com'è, fosse un libro, sarebbe un romanzo di formazione. Ispirato ai quattordici libri su Oz di L. Frank Baum, è la storia di Oscar Diggs, prestigiatore di un circo itinerante del Kansas, ciarlatano, egoista, dongiovanni dalla dubbia morale che affronta un percorso di crescita una volta catapultato, durante una tempesta, in un mondo magico, la terra di Oz. Minacciati dalle prepotenze di una strega cattivissima, gli abitanti di questa terra aspettano l'uomo della profezia, un mago potente e straordinario che li salverà. Affascinato dalle bellissime streghe di Oz e dalla promessa di un immenso tesoro, Oscar fa credere di essere il mago che tutti aspettano, ma dovrà affrontare eventi più grandi di lui e soprattutto fare i conti con se stesso per diventare un uomo migliore. In questo percorso è aiutato dalla dolcissima strega buona Glinda, dalla scimmietta alata Finley e dalla tenera Fanciulla di Porcellana.

Una piacevole sorpresa questo nuovo film targato Disney. Erano anni che la "casa di Topolino" non ci regalava un prodotto così completo e ben fatto. Il regista Sam Raimi riesce laddove Tim Burton fallì con il suo "Alice in Wonderland". Immediato il paragone tra i due film Disney. Già dal trailer gli scenari fantastici di Oz, i personaggi animati, l'accompagnamento della colonna sonora di Danny Elfman avevano ricordato gli universi burtoniani, forse abbassando le aspettative per il film di Raimi, con il timore che si ripetessero gli scarsi risultati dell'Alice di Burton.

Ma la visione de "Il Grande e Potente Oz" ha provato il contrario. All'interno della "confezione" favolistica e incantata, con effetti speciali mai così sofisticati e un 3D finalmente a punto, si sviluppa una storia bellissima, avvincente per i bambini, incantevole e divertente per gli adulti, a cui, per due ore buone, è permesso evadere e abbandonarsi a questo mondo fiabesco.

Sono tanti i punti di forza di questo film. Il più ammirevole è il massimo rispetto per i libri di Frank Baum. Rispetto che, per tornare al paragone con Tim Burton, gli autori di Alice in Wonderland non avevano avuto per Lewis Carroll. Qui non mancano citazioni e riferimenti a tutti quegli elementi familiari a chi è affezionato all'opera di Baum. Dal sentiero di mattoni gialli, al campo di papaveri, allo spaventapasseri senza cervello, al leone senza coraggio. Ma è lo spirito dei libri che non è stato tradito. Raimi mantiene per tutto il film quel disincanto infantile, senza la presunzione di lasciarci a tutti i costi un'impronta invadente. Si è messo a servizio della storia, con il pregio di renderla attuale e appetibile ad un pubblico del 2013.



Tutti i personaggi sono fortemente caratterizzati. La commovente malinconia della bambina di porcellana è bilanciata dalla spassosa comicità della scimmietta alata. E i personaggi principali sono sostenuti da eccellenti e calzanti interpretazioni. Difficile immaginare chi avrebbe potuto fare meglio della dolcissima Michelle Williams nei panni della strega buona Glinda o della sensuale Rachel Weisz in quelli della perfida strega Evanora. Gli occhioni di Mila Kunis sono perfetti per la sua Theodora, la giovane e ingenua sorella di Evanora, del tutto credibile quando subisce una profonda trasformazione interiore (ed esteriore). E James Franco è assolutamente a suo agio nei panni del mago. La sua interpretazione matura con il percorso del suo personaggio. Ha il carisma, l'ironia e il fascino necessari per incarnare l'egoista e ingordo Oscar Diggs ed è profondo e intenso quando cresce e capisce finalmente di essere il Grande Mago di Oz.

Una menzione speciale, infine, va fatta al doppiaggio italiano, per una volta perfetto e aderente ai personaggi.

domenica 25 novembre 2012

LA RECENSIONE: The Letter

Regia: Jay Anania
Con: Winona Ryder, James Franco, Josh Hamilton, Marin Ireland
Anno: 2012 



Martine è una regista di teatro alle prese con la produzione del suo nuovo spettacolo. Tutto sembra andare come da copione finché non arriva Tyrone, l'attore principale, ambiguo e provocatorio quanto basta, che mina gli equilibri del cast e quelli - già instabili - della stessa Martine. Per una suggestione generata da un sogno (o un ricordo?), la regista sviluppa da subito una forte attrazione per l'attore. Alla sua seconda collaborazione con James Franco, Jay Anania vira sul thriller psicologico, ermetico e dilatato, con un risultato facilmente attaccabile eppure estremamente affascinante. Parte innanzitutto dagli spazi claustrofobici della scena, costruendo un'interessante dissonanza tra il fervore creativo di Martine, che è genesi e vita, e l'atmosfera di morte che aleggia sul palco, tra gli attori che non sembrano trovare la giusta dimensione nei personaggi che interpretano. La fotografia è cruda ed estremamente realista, desaturata ed amplificatrice del senso di disagio che lentamente si genera in loro quando Martine inizia a riscrivere la sceneggiatura, alimentata dal suo delirio paranoide. I colori allora diventano vividi nel momento in cui i ricordi evocati dal sogno iniziano a mescolarsi rendendo labile il confine tra il reale e l'allucinatorio. L'espediente non è nuovo, probabilmente, ma l'impalcatura onirico-paranoico regge il reale intento del film. Scoprire cosa sia vero e cosa no, quale sia il trauma, la ragione, è infatti marginale. Sbrigativamente paragonato a Black Swan, The Letter guarda invece altrove: alle depersonalizzazioni lynchiane, alle fratture e ai contrasti di Haneke e, perché no, ad Hitchcock. Il Tyrone di James Franco non è forse un enorme mcguffin fatto personaggio? In un primo momento sembra il detentore della risoluzione del film, ma la trama si sviluppa poi in senso contrario. In un dialogo rivelatorio tra i due, si parla di "scrittura sincera" e in un'altra scena, una delle attrici si risente fortemente quando Tyrone insiste nell'accusarla di nascondere un segreto. The Letter supera allora il confine del thriller e diventa una riflessione metacinematografica sulle "verità" dell'attore e del regista. Cosa raccontare al pubblico? Cosa mostrare di sè? Quanto mettersi in gioco in un'opera di finzione? Allontanandosi, perdendosi, Martine offre la parte più sincera, pura e profonda si se stessa. 

recensione di Sonny per James Franco Italia
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giovedì 22 novembre 2012

LA RECENSIONE: Dream/Tar

Regia: James Franco (Dream), Edna Luise Biesold, Sarah-Violet Bliss, Gabrielle Demeestere, Alexis Gambis, Brooke Goldfinch, Shripriya Mahesh, Pamela Romanowsky, Bruce Thierry Cheung, Tine Thomasen, Virginia Urreiztieta, Omar Zúñiga Hidalgo
Anno: 2012
Con: James Franco, Mila Kunis, Henry Hopper, Jessica Chastain, Zach Braff, Bruce Campbell



Dream è la traduzione sul grande schermo di un sogno. Ispirato – a detta del regista – alla fotografia di Gregory Crewdson, ma secondo me anche al cinema di Fellini e all'opera di Magritte, con un unico piano sequenza, siamo guidati in un percorso all’interno di una casa. In un'atmosfera ovattata, tipica delle visioni oniriche, vediamo una giovane donna in camicia da notte, un cane, un soggiorno con mobili di legno su cui crescono erba e fiori, un frigorifero che si apre, pieno solo di mele verdi e la donna che taglia una mela. Poi è come se salissimo ad un livello superiore, sensazione familiare quando si sogna, e improvvisamente davanti a noi si apre una finestra che si affaccia… sul Gran Canyon. Forse troppo breve per toccare le corde della commozione, ma senza dubbio un gioiellino per gli occhi. Efficace per richiamare alla mente la fugacità, le incoerenze e la sfuggevolezza delle immagini che vediamo durante il sonno.
 
Oltre ad essere un'opportunità straordinaria per degli studenti di cinema, che hanno presentato uno dei loro primi sforzi artistici nella cornice di un festival internazionale, Tar è anche un prodotto molto interessante. Siamo abituati a vedere adattamenti cinematografici di romanzi, pièce teatrali, ma raramente vengono proposti film ispirati a poemi. Perché la poesia non è facile da adattare, ma neanche da capire e il linguaggio da utilizzare nell'adattamento non può essere lo stesso che si usa per la prosa, perché gli stili, ma anche gli intenti sono radicalmente diversi. La prosa si affida alla narrativa per raccontare storie ampie e più o meno articolate, la poesia alla forza di immagini che esprimano l'impatto di sensazioni immediate. E Tar è proprio questo. Il racconto della vita interiore di un uomo (lo stesso poeta C.K. Williams, poiché Tar è una raccolta autobiografica). Per narrare la vita interiore non è possibile fare affidamento ai dialoghi, né al racconto di una voce narrante, che snaturerebbe di fatto l'immediatezza e l'autenticità non spiegata della poesia. Così l'unica strada possibile è quella delle immagini. Con uno stile che a molti ha ricordato quello malikiano di The Tree of Life o, per quanto mi riguarda, quello intimo e più focalizzato sulle passioni umane di To the Wonder, conosciamo passo dopo passo la storia di quest'uomo, in diverse fasi della sua vita. Da bambino è interpretato dal piccolo Jordan March, da adolescente dal sempre più bravo Henry Hopper e da adulto dallo stesso James Franco. Attraverso frammenti di immagini che ci portano avanti e indietro nel tempo, accompagnati in sottofondo dalla recitazione di versi delle poesie su cui il film è basato, i dodici giovani autori, con mani e stili diversi, ci presentano progressivamente l'anima del poeta. La sua paura di non dedicare abbastanza tempo a sua moglie e madre di suo figlio (Mila Kunis), che invece lo ama in modo quasi devozionale; l'altro tipo di amore, quello materno (la madre è interpretata da un'eterea Jessica Chastain), sempre ricordato da Williams adulto, ma che il Williams bambino quasi rifiuta; la difficoltà di comunicare, di dire la cosa giusta al momento giusto, l'impossibilità di esprimere esattamente quello che si prova: il bambino che soffre la pressione materna e si nasconde con un tuffo in piscina; l'adolescente che vuole amare, ma è frenato dalla purezza della sua ragazza e dal disgusto della prostituzione; l'adulto che ha paura di perdere un amico, ma non riesce a dire altro che: "Are you okay?". Drammi intimi, ma che l'arte rende universali. Il tutto è accompagnato da brevi scene in cui il vero C.K. Williams recita i suoi componimenti davanti a una finestra affacciata su Detroit.

Tar è un esperimento riuscito. La prova che giovani di talento sono ovunque nel mondo. Di tutti, questi dodici hanno anche avuto la fortuna di farsi conoscere. Aspettiamo con ansia il prossimo progetto analogo, Black Dog, Red Dog.

Recensione di Chiara Fasano per James Franco Italia
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martedì 11 settembre 2012

LA RECENSIONE: Spring Breakers

Regia: Harmony Korine 
Anno: 2012
Con: Selena Gomez, Vanessa Hudgens, Ashley Benson, Rachel Korine, James Franco



Ricordo Gummo. Il profilo inquieto di Jacob Reynolds sulla copertina di una vhs anni novanta presa al noleggio. Il silenzio attonito durante la visione e la sensazione di essere stato colpito in pieno volto (e stomaco) da un cinema destinato a rimanere. Alla fine. L'ho consigliato spesso Gummo, raccogliendo commenti inorriditi ed altri entusiastici. Ma chi divide merita attenzione, sempre. Sono passati 15 anni da Gummo, il cinema di Harmony Korine è cambiato, pur rimanendo fedele ai suoi freak. Spring Breakers non è poi così diverso da Gummo. Allora c'erano i postumi di un tornado che si abbatteva su Xenia, in Ohio, portando degrado e annichilendo un'adolescenza morente sui cigli delle strade; oggi l'appiattimento arriva dai media, gli adolescenti non parlano e cadono nel silenzio delle loro stanze. Le ragazze amorali di Spring Breakers compiono una rapina per racimolare soldi e partire verso la Florida, dove la pausa primaverile dagli studi viene condita con sesso, alcool, droga e musica a volume sostenuto. Per non sentirsi, mai. Come in un brutto reality show su MTV. Incontreranno Alien (James Franco) rapper e gangster che vive il suo personale sogno americano, fatto di "shit" e "stuff" caricate a pallettoni, e abbigliamento oversize in tinta da sfoggiare come un trofeo. Pappone arricchito che scimmiotta Tony Montana. Loro e lui, paradossalmente uguali nell'identificarsi col niente, nella massa da divertimento bulimico e in quella del soldo facile. Le personalità sono azzerate, l'identità è quella del gruppo.

Spring Breakers nasce da una suggestione di Harmony Korine: 4 ragazze in bikini e passamontagna. Nello sviluppo del film, quella scena ha un ruolo chiave; dopo c'è lo schianto. Ma prima Korine costruisce ancora una volta un immaginario filmico perfettamente calato nella storia che racconta. Prende 4 ragazze apparentemente normali (ma due di loro arrivano dai trionfi Disney) e compie un massacro pop in piena regola. Il risultato è esaltante. Nel montaggio ellittico, che anticipa gli eventi o li ripete in modo estenuante, mostrando paradossi e contraddizioni dei personaggi; nell'uso del sonoro e nelle scelte musicali, dove il dubstep "Scary Monster And Nice Sprites" di Skrillex si mischia a Britney Spears, icona scoppiata della generazione che Korine descrive; e nella direzione degli attori, sorretti da una sceneggiatura asciutta che li restituisce nudi e crudi in una serie di sequenze cult, tra scorribande criminali, accecanti colori fluo e corpi esibiti senza pudore. Selena Gomez, Vanessa Hudgens, Ashley Benson e Rachel Korine si abbandonano completamente alla visione di Korine, coraggiose, pronte a deludere l’esercito dei fan che le hanno seguite fino ad oggi. 

Perchè qui i toni sono disperati, sorretti da un James Franco che lascia il segno in uno dei ruoli più riusciti della sua carriera: estremo, autoironico, inquietante. Spring Breakers non ha paura di essere violento, divertente, sexy, distaccato, ipnotico e, perché no, toccante in un modo che non ci si aspetta. 15 anni dopo Gummo, consiglierò anche Spring Breakers, raccogliendo ancora commenti inorriditi ed altri entusiastici.

Recensione di Sonny per JAMESFRANCOITALIA

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venerdì 31 agosto 2012

LA RECENSIONE: About Cherry

Regia: Stephen Elliott
Anno: 2012
Con: Ashley Hinshaw, James Franco, Heather Graham, Lili Taylor, Dev Patel


Angelina. 18 anni attraversati con la grazia di una venere botticelliana, una famiglia uscita dallo Jerry Springer Show, un ragazzo musicista e tatuato, un amico a cui confidare tutto e quella vita ancora da vivere, da riempire di sogni e speranze. Poi un paio di foto senza veli, fatte senza pensarci troppo e per soldi, un viaggio a San Francisco, il lavoro di cameriera e da cosa nasce cosa, i primi passi sul set di un film porno. Angelina diventa Cherry. Al suo esordio cinematografico, Stephen Elliott racconta un mondo controverso e poco battuto dal cinema americano, un controsenso se si pensa agli introiti annuali dell'industria pornografica made in USA. Era da "Boogie Nights", indimenticabile, animato da P.T. Anderson, che il mondo a luci rosse non veniva raccontato con questa lucidità, scoprendo le persone ancora prima della pelle nuda. Ma il realismo indie di "About Cherry" non sfocia purtroppo in un lavoro che convince pienamente, colpa soprattutto di una sceneggiatura che non affonda mai nel dramma dei protagonisti, rimanendo sulla superficie delle loro esperienze. Da un lato si apprezza il non cedere allo stucchevole, ma dall'altro, più tensione narrativa avrebbe esplicitato alcuni passaggi (soprattutto nelle motivazioni dei protagonisti) che in questo modo risultano solo abbozzati. Ma dove non arriva la sceneggiatura, c'è l'occhio di Elliott, delicato e disincantato nel descrivere la trasformazione/crescita di Angelina, perfetto nel delineare la dignità di un lavoro, che non deve banalmente fare rima con squallore. Ashley Hinshaw è invece una vera rivelazione e, per citare la Graham che nel film interpreta un'ex attrice ora regista: "she's perfect!" James Franco, avvocato cocainomane appassionato d'arte, è naturalmente a suo agio nelle linee d'ombra del personaggio, ma questo non è il suo film. A brillare su tutto però, è Lili Taylor, splendida madre alcolizzata, decisamente troppo presa da se stessa per accorgersi di Angelina e Cherry. 

Recensione di Sonny per JAMESFRANCOITALIA

domenica 5 febbraio 2012

LA RECENSIONE: Milk

Regia: Gus Van Sant
Anno: 2008

Con: Sean Penn, James Franco, Emile Hirsch, Diego Luna, Josh Brolin 


 
Trama: Attivista del movimento degli omosessuali, la sua vita ha cambiato la storia e il suo coraggio ha cambiato la vita di tante persone. Nel 1977, Harvey Milk diventa il primo omosessuale dichiarato ad avere accesso a una importante carica pubblica in America. La sua non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. Al grido di "il mio nome è Harvey Milk e voglio reclutarvi tutti" guadagna moltissimi sostenitori ma anche nemici.

Ripensando alla filmografia di Gus Van Sant, Milk poteva essere diretto solo a quel punto del suo percorso artistico. Ritorna in mente il fuoco catartico di Paranoid Park, cruciale nella crescita di Alex, quando la morte irrompeva brutale nella sua realtà di adolescente e la colpa, riversata su un foglio recapitato ad un falò, lo restituiva alla vita, per sempre. Un'apertura al futuro inedita, se si guarda alla precedente trilogia in cui la morte, al contrario, non concedeva sconti. Con Harvey Milk, primo gay dichiarato della storia americana a rivestire una carica politica, Van Sant continua idealmente questo nuovo corso. Ed è ancora il fuoco a chiudere il film, quello di trentamila fiaccole brandite durante il corteo in onore di Milk, morto sotto i colpi di una pistola che anzichè zittirlo, hanno amplificato il suo messaggio, riverberandolo fino ad oggi. Facendo propria la convenzionale struttura del biopic, Van Sant racconta l'uomo marchiando a fuoco le sue parole sulla pelle dello spettatore. Siamo ben lontani dagli sperimentalismi del passato, ma non sorprenda la scelta di tradire il linguaggio a favore del contenuto: il vestito buono, riconoscibile dal grande pubblico, ne giustifica gli intenti, come succede ad Harvey Milk nella sequenza in cui abbandona l'aria freak per mostrarsi "rassicurante" agli occhi degli elettori e portare avanti la sua battaglia per i diritti della comunità omosessuale. Milk è di fatto un film politico.



Una soluzione che comunque non priva Van Sant del gusto per la messa in scena, come quando affida l'orrore dell'intolleranza al riflesso di un fischietto, di uno specchio, di un vetro o mischia abilmente il rigore delle trasferte hollywoodiane negli anni '90 (In Good Will Hunting, Finding Forrester) agli split screen pop di My Own Private Idaho e la spietata freddezza di Elephant. Continua quindi la costruzione di un cinema personale, coerente, ancora una volta immediato, urgente, necessario, perso nel racconto di squarci di vita che tenta disperatamente di allontanarsi dai margini.

Recensione di Sonny per JAMESFRANCOITALIA

sabato 14 gennaio 2012

James Franco: la recensione di 'The Artist' e 'Il gatto con gli stivali' per The Paris Review

The Artist e Il Gatto con gli Stivali. Entrambi hanno una narrativa relativamente semplice. In The Artist un attore di successo del cinema muto perde consensi con l'avvento del sonoro e una giovane attrice con una cotta per lui lo sorpassa nella scalata al successo. Il Gatto con gli Stivali è un collage revisionistico che ruba personaggi riconoscibili da una varietà di fonti letterarie, principalmente dall'eponima fiaba di Charles Perrault del diciassettesimo secolo, e li mescola insieme. Entrambi selezionano elementi da vecchi film e situazioni familiari – ed entrambi con successo, in parte a causa della gioia che ci prende ogni volta che riconosciamo motivi comuni alla memoria collettiva, leggermente modificati in modi nuovi. Ma l'aspetto principale di ognuno di questi due film è l'approccio tecnico ai rispettivi soggetti. Uno è un film muto della vecchia scuola e l'altro utilizza l'innovativa animazione computerizzata, però la tecnologia è protagonista in entrambi i film, ma un protagonista così ben intrecciato nelle trame dei due film, da non sovrastare mai le singole performances.


The Artist è un racconto affascinante, teso e ben narrato, ma non dice nulla di nuovo. La giovane attrice ambiziosa e l'uomo di Hollywood con esperienza sono tipi che troviamo in innumerevoli romanzi e film hollywoodiani: Mabel's Dramatic Career (1913, diretto da Mack Sennett, con Fatty Arbuckle), My Strange Life (libro del 1915), Souls for Sale (libro e film di Rupert Hughes, zio di Howard), E' Nata una Stella (1937, 1954, 1976) e il romanzo di Horace McCoy, Non Si Uccidono Così Anche I Cavalli? – per non parlare di Cantando sotto la Pioggia. Di solito, in queste storie, l'attrice scopre che Hollywood è un posto superficiale e torna a casa, alla ricerca di qualcosa di più profondo nel Midwest, oppure trova il principe azzurro tra i predatori di Hollywood e, insieme al principe, trova anche il successo professionale. In The Artist, la traiettoria seguita dai personaggi è la stessa di È Nata una Stella, ma in The Artist, la tragedia è evitata, alla fine, dall'attrice innamorata, che aiuta l'attore spacciato a trovare un nuovo approccio nei confronti nell'industria cinematografica che lo ha lasciato indietro.

Ma perché lo ha lasciato indietro? Perché, come Norma Desmond in Viale del Tramonto, è un attore rimasto nel passato, in cui dominavano i film muti. (L'attore, George Valentine, mi ricorda mio nonno, un chirurgo e professore spaventato dall'uso degli archivi telematici nelle biblioteche.) La tragedia di Valentine sta nel fatto che il suo pubblico lo ha abbandonato per le meraviglie della nuova tecnologia. Il relativamente cordiale capo dello Studio – i vertici, i produttori e i registi sono ritratti come traditori senza cuore nella maggior parte dei film di Hollywood – interpretato da John Goodman, ritira facilmente Valentine dalla sua posizione preminente perché il pubblico non vuole più ciò che ha da offrire. L'ironia del film è che si utilizzano proprio le antiche tecniche del cinema muto per raccontare che Valentine deve superare questa paura e l'orgoglio ed accogliere il nuovo. L'idea che Valentine si debba adattare alla tecnologia e non la tecnologia a Valentine vale per ogni attore, tecnico o chiunque lavori nel cinema.


Uno dei tanti film usciti quest'anno che ha accolto la nuova tecnologia è Il Gatto con gli Stivali. È un film in 3-D in computer-grafica che utilizza ogni mezzo possibile per portare lo spettatore in un mondo miracoloso e in avventure che non era possibile immaginare prima, almeno non in questo modo. Utilizza la storia di Perrault, ma cannibalizza anche le storie di Humpty Dumpty (però aggiungendogli un secondo nome un po' più dignitoso, "Humpty Alexander Dumpty") e Jack e Jill, che qui sono cattivi assassini. La storia di Jack e il Fagiolo Magico è utilizzata come una leggenda strutturale per sfidare i personaggi e mi ha ricordato un'altra versione del racconto: nel 1902, Edwin S. Porter ha fatto un film su Jack e il Fagiolo Magico utilizzando tecniche innovative – doppia esposizione, animazione, illusioni ottiche – imparate dai film di Marie-Georges-Jean Méliès (non a caso, un personaggio dell'ultimo film di Scorsese, Hugo), i cui effetti speciali erano così incredibili da essere considerato un mago. A causa della tecnologia, il film di Porter ha dato al pubblico un nuovo tipo di esperienza e nuova linfa vitale ad una storia centenaria. È esattamente questo che accade nel Gatto con gli Stivali (e The Artist raggiunge lo stesso risultato con il processo inverso: raccontare una storia tradizionale con vecchie tecniche). In entrambi i film, storie ben note hanno una nuova patina grazie alla tecnologia. Si può dire che Avatar e James Cameron sono ora i nuovi innovatori che una volta erano Méliès e il suo Viaggio sulla Luna (1902).

Ma da attore, io mi chiedo, proprio come The Artist si chiede: che succede agli interpreti quando la tecnologia avanza? Il Gatto con gli Stivali rappresenta una risposta adeguata alla domanda posta da The Artist: il lavoro degli attori è ricondotto e inglobato nella tecnologia. The Artist è un film su un attore che non può usare la sua voce nei film e Il Gatto con gli Stivali è un film animato che usa solo voci di attori famosi (Antonio Banderas, Salma Hayek, Zach Galifianakis, Billy Bob Thornton, Amy Sedaris). L'animazione è stata parte della storia del cinema sin dalle origini e l'animazione con il sonoro è nata quasi in contemporanea con il cinema sonoro, il primo è stato Biancaneve nel 1937. Ma è solo con Aladdin (1992) e Toy Story (1995) che attori famosi hanno prestato le loro voci riconoscibili ai personaggi con regolarità. Le personalità degli interpreti sono oggi una parte fondamentale nel cinema d'animazione e, con l'avanzare delle tecniche dell'animazione computerizzata, l'immagine somiglierà sempre di più alla realtà. Presto – in realtà si è già iniziato, vedi Tintin – non saranno solo le voci degli attori a servire agli animatori; serviranno tutti gli aspetti di una vera performance. Magari tra cent'anni qualcuno farà un sequel di The Artist, girato in uno stile retrò con interpreti in carne e ossa e racconterà di attori che hanno paura della passaggio alla tecnica della computer-grafica nei film del ventunesimo secolo. 

Testo di James Franco per The Paris Review
Traduzione di Chiara Fasano per James Franco Italia

sabato 10 dicembre 2011

James Franco: la recensione di 'The Descendants' e 'Breaking Dawn: Part 1' per The Paris Review

L'ultimo lavoro di Alexander Payne, The Descendants, è tratto da un romanzo, ma, diversamente da Breaking Dawn: Part 1, il libro da cui è tratto non ha accumulato un esercito di seguaci così ferventi da arrivare a farsi cambiare il proprio nome. The Descendants e Breaking Dawn sono usciti nello stesso week-end. Senza dubbio uno dei due si sta giocando le sue carte in vista degli Oscar. Senza dubbio l'altro dominerà ogni categoria possibile degli MTV movie awards, incluse quella del miglior bacio, miglior "dude moment", miglior scena senza maglietta, e qualsiasi altra categoria celebrata dal network che produce Jersey Shore. I film sono, in tanti aspetti, molto diversi. Ma entrambi utilizzano il tema del sesso come substrato, promuovendo, invece, in superficie, un'idea sana di valori familiari; entrambi tendono a togliere valore all'essere madre; ed entrambi presentano personaggi così stabili finanziariamente, da rendere impossibile l'identificazione con essi. The Descendants è un film decisamente migliore, e lo è perché non è ostacolato dal precedente di un libro di successo, di fans accaniti, e di uno studio che vuole incassare (così tanto da dividere il prodotto in due film, anche a costo di allungare il brodo fino a renderlo insulso).



I personaggi di Alexander Payne sono sempre eccentrici, brutti e patetici. Appartengono alla classe media. Non sono in forma. Affrontano morte, divorzio, tradimenti, e sempre nel modo più goffo e inopportuno. Pensate a Matthew Broderick che si prepara ad un tradimento sciacquandosi i genitali in un motel, alla scena grottesca di Jack Nicholson e Katy Bates nella vasca da bagno, a Thomas Haden Church che entra furtivo nella casa in cui è appena stato a letto con la moglie di un altro solo per ascoltare la coppia raccontare il tradimento mentre fanno sesso. Quasi niente è bello a vedersi nel tipico cinema di Payne. Ma The Descendants non è un tipico film di Payne. È ambientato alle Hawaii, ha George Clooney come protagonista e la bellissima Shailene Woodley che interpreta la sua figlia maggiore. I suoi bikini sono così presenti nel film che praticamente figurano nella lista del cast.

All'inizio del film, il personaggio di Clooney sfata un mito sulle Hawaii, dicendo che non sono poi così piene di persone che oziano e si divertono; sono piene di persone che soffrono e che devono lavorare per guadagnarsi da vivere. Ma poi il film procede nel verso opposto: Clooney non lavora, le sue figlie sono state ritirate da scuola e tutti insieme si rilassano nei club e mangiano gelati. Devono rintracciare un uomo che ha avuto una storia con la moglie di Clooney – ma questa ricerca li porta nel più lussuoso dei resort dell'isola, quell'isola che appartiene alla famiglia di Clooney. Tutto, in breve, è bello. Tutto è anti-Payne. Ovviamente, non è tutto oro quello che luccica. La moglie di Clooney l'ha tradito. Ma, tranne che nei trenta secondi iniziali, quando la vediamo divertirsi su uno sci d'acqua, non la incontriamo più. Passerà il resto del film in coma. Sentiamo parlare del suo amore per le barche e per il bere, lacrime vengono versate. Ma ogni confronto con lei è necessariamente unilaterale. Entrambi se la cavano facilmente: la moglie adultera non deve rispondere per se stessa, e il marito tradito non deve subire l'umiliazione di un divorzio. La vita è semplice alle Hawaii; e lo è anche la morte.

La morte entra in scena altrettanto facilmente nell'ultimo episodio della saga di Stephenie Meyers. La Meyers ha ambientato la sua storia di vampiri nell'età adolescenziale (non importa che Edward abbia più di cento anni e potrebbe benissimo essere il bis-bis-nonno di Bella), e gli ostacoli e le abilità dei vampiri diventano una metafora del caos emotivo tipico dell'adolescenza. Nel primo episodio di "Twilight", Edward non può baciare Bella perché ha paura di eccitarsi a tal punto da perdere il controllo di sé e succhiarle il sangue; per loro il sesso è l'equivalente della morte. Non che il suo senso del decoro gli impedisca di uccidere vampiri malvagi o quasi assassinare un gruppo di ragazzi di cui riesce a percepire i pensieri, in particolare concentrati su un desiderio di stupro. Edward ha ucciso, e in Breaking Dawn, apprendiamo che ha ucciso molto.



Evidentemente entrano in gioco altri terreni proibiti. I protagonisti finalmente si sposano, avendo atteso la saggia età dei diciotto anni, e dal momento che, doverosamente, il libro e il film ce li presentano ormai sposati, allora è permesso loro di passare all'argomento "sesso". Per un film che si proclama sessualmente responsabile, i film di "Twilight" sono disgustosamente dipendenti dall'idea del sesso adolescenziale per attirare spettatori. Gli attori si stuzzicano a vicenda mostrando pezzi di carne, i loro corpi in bella mostra avviluppati in un modo disturbante; l'ondulazione dei muscoli sul petto di adolescente di Taylor Lautner è una visione solo leggermente migliore di quella delle piccole concorrenti del concorso di bellezza alla fine di Little Miss Sunshine. I fans si sono schierati in due squadre (Team Jacob e Team Edward) e, considerando che già sanno come si risolve il triangolo amoroso tra Bella, Edward e Jacob, la scelta di una squadra piuttosto che un'altra può significare poco più che – bè, potete immaginarlo. 

Non che il sesso porti a nulla di splendido quando finalmente si consuma. Bella (attenzione allo spoiler!) aspetta un bambino-vampiro che apparentemente cresce nel giro di poche settimane, la obbliga a bere sangue e la divora dall'interno. Quest'idea terrificante della gravidanza culmina con i rivali in amore di Bella che le praticano un cesareo, come se stessero giocando ad un perverso gioco del dottore. L'essere madre è la pecora nera anche in The Descendants. Poco dopo viene rivelato che la figlia odia sua madre perché l'ha colta nell’atto del tradimento; è la figlia, infatti, che lo rivela a suo padre e lo aiuta nella caccia all'uomo. La madre resta in stato comatoso, e il film suggerisce che l'adultera ha avuto ciò che meritava. Nemmeno il suo amante, quando finalmente appare, la ama. Bella inizialmente non se la passa meglio. Nonostante i migliori sforzi dei ragazzi, muore durante il parto. Ma niente panico! La si può salvare trasformandola in vampiro, soluzione non applicabile a gran parte delle mamme adolescenti. Ma di nuovo, i creatori di Twilight sanno bene quando sputare sangue per inventarsi qualcosa per le loro sceneggiature.

Testo di James Franco per The Paris Review 
Traduzione di Chiara Fasano per James Franco Italia

venerdì 11 novembre 2011

James Franco: la recensione di 'Restless' e 'Week-end' per The Paris Review

Qualche settimana fa sono andato al cinema locale, qui in Michigan, a vedere il nuovo film di Gus Van Sant, Restless, con protagonisti il figlio di Dennis Hopper, Henry e la sensibile star indie Mia Wasikowska. Il film racconta una storia d'amore tutto sommato convenzionale: ragazzo incontra ragazza, sono entrambi impacciati e con alcuni traumi da rivelare. Si supportano a vicenda, quando il resto del mondo non lo fa, litigano, e alla fine arrivano ad accettarsi l'uno con itigano, e alla fine arriveranta qualsiasi poeteva essere una struttura alla fine arriverannol'altro. Ma quella che nelle mani di un regista qualsiasi poteva essere una storia già vista, diventa qualcosa di completamente nuovo nelle mani di un altro. Se Van Sant avesse mostrato solo l'aspetto romantico, Restless sarebbe stato noioso, ma lui è uno dei registi più sperimentali in circolazione, e il fatto che diriga una storia d'amore ordinario è una scelta tutt'altro che ordinaria.  



La carriera di Van Sant è caratterizzata dalla divergenza dei suoi film tanto quanto dalla coerenza nello stile. Il suo Cinema è grintoso, i suoi personaggi stravaganti e le circostanze sfavorevoli nelle quali si trovano sono infarcite di umorismo. Van Sant ha frequentato la Rhode Island School of Design, ma fu solo dieci anni dopo la laurea che la sua carriera cinematografica iniziò, con il bianco e nero di Mala Noche e una storia sull'amore non corrisposto di un negoziante caucasico per un lavoratore migrante una storia ro di ant è stata anto quanto la coerenza del suo stile. sti più sperimentali i circolazione, e la scelta dimessicano. I suoi due film successivi trattavano temi controversi con altrettanta franchezza. Drugstore Cowboys parlava della dipendenza dalle droghe sotto una luce tutta nuova, senza l'isteria del politicamente corretto, e My Own Private Idaho mostrava la vita di giovani prostituti di strada con realismo e coraggio. Dopo questi tre film, Van Sant ha diretto una serie eclettica di pellicole: Even Cowgirls Get the Blues (universalmente stroncato), To Die For (mainstream rispetto ad altri suoi lavori), Good Will Hunting (un grande successo di pubblico e critica), un remake di Psycho, riprodotto inquadratura per inquadratura (un progetto coraggioso, anche se molti lo hanno crocifisso per aver osato ricreare il lavoro di Hitchcock) e, infine, Finding Forrester (criticato per essere troppo simile a Will Hunting). Poi Van Sant ha fatto qualcosa che pochi registi (o artisti di qualsiasi tipo) hanno il coraggio di fare: ha cambiato completamente il suo stile. 

Dopo avere visto Werckmeister Harmonies e Satan's Tango di Bela Tarr, Van Sant ha sviluppato un approccio completamente nuovo al suo cinema. Molti dei film di Tarr sono caratterizzati da scene prive di dialoghi e con pochissimi tagli. A partire da Gerry, Van Sant ha iniziato ad usare sequenze lunghe a favore di una narrazione più libera, facendo recitare spesso attori non professionisti. Ha fatto in modo che il film fosse il risultato di ciò che succedeva davanti alla telecamera e non in sala di montaggio. La sceneggiatura di Gerry era stata scritta da Matt Damon e Casey Affleck, che decisero di tagliare molti dei dialoghi presenti, infondendo involontariamente quel senso di apparente tranquillità che avrebbe poi caratterizzato i film a venire di Van Sant. Elephant, Palma d’Oro a Cannes, è una splendida ed enigmatica riflessione sulla violenza adolescenziale; Last Days ci mostra gli ultimi quattro giorni della vita di Kurt Cobain; e Paranoid Park che riprende le tematiche care al cinema di Van Sant: giovinezza, isolamento emotivo, ricerca di contatto, morte e Portland.

Questi quattro film sono stati chiamati "la tetralogia della Morte" proprio perché le loro storie sono animate dalla morte (così come Milk che termina con un omicidio e una registrazione audio con le ultime parole di Harvey Milk). Anche Restless è un film sulla morte. Ci sono elementi familiari anche qui: c'è un giovane ed eccentrico protagonista, Portland come scenario, una cura nei costumi e il doloroso passato dei personaggi. Ma Restless si discosta dagli ultimi lavori di Van Sant poichè cii sono molti più dialoghi e dialoghi che esplorano una relazione eterosessuale. (Van Sant al contrario ha esplorato spesso relazioni omosessuali - Mala Noche, Idaho, Milk, Elephant). In Restless, la sfortunata coppia di disadattati si forma grazie alla morte, che è presente nella vita di entrambi: lui ha perso da poco i genitori e lei sta per morire a causa del cancro. Questa storia parte purtroppo da una sceneggiatura preconfezionata, ma Van Sant, che ha lavorato con attori non professionisti, la gestisce come fosse un attore inesperto, appropriandosi della forza tragica della storia d'amore lasciandola libera di esprimersi per quello che è. Aggirando gli stereotipi del genere, riesce a rimodellarla con la sua estetica, non imponendosi eccessivamente sul soggetto, ma permettendoci di camminare mano nella mano con essa. In Restless il fine non è tanto l'accettazione della morte, quanto piuttosto la celebrazione della gloria dei giovani di fronte ad un mondo crudele.

 
Restelss è uscito nelle sale una settimana dopo Week-end di Andrew Haigh, un ottimo film a tematica gay su un amore condannato da circostanze sfortunate. Questo è il classico film che ci si potrebbe aspettare da un iconico "regista gay" come Van Sant. I due amanti di Week-end si incontrano quasi immediatamente, lo fanno nei primi quindici minuti del film e tutto funziona grazie alla loro alchimia: uno e timido, allegro e dolce, mentre l'altro è forte, loquace e intraprendente. Come molti altri film che lo hanno preceduto (Shortbus, My Beautiful Laundrette, Trick), Week-end racconta una bellissima e realistica relazione gay, ma circondata da un mondo ostile. La maggior parte delle scene in pubblico sono accompagnate infatti da derisioni, insulti e minacce e i duei personaggi parlano apertamente della difficoltà di vivere una vita gay in pubblico. La persona che era con me al cinema, è dell’idea che il film virasse troppo al predicatorio, ma per me il mondo ostile non fa che migliorare l'intensità della connessione tra i due amanti. La potenza di questo film risiede nella sua semplicità e nel "non detto" della relazione tra Russell e Glen: le persone sono persone, ci viene mostrato questo, e due persone che si amano sono una cosa meravigliosa. 

James Franco per The Paris Review

sabato 17 settembre 2011

LA RECENSIONE: L'alba del Pianeta delle Scimmie

Regia: Rupert Wyatt
Anno: 2011
Con: James Franco, Freida Pinto, John Lithgow, Andy Serkis, Brian Cox, Tom Felton



Trama: L'arroganza dell'uomo provoca una catena di eventi che è la causa dell'intelligenza delle scimmie e di un cambiamento nel nostro ruolo di specie dominante il pianeta. Caesar, la prima scimmia intelligente, viene tradita dagli uomini e si ribella per condurre la propria spettacolare razza alla libertà e alla resa dei conti con l'Uomo.

Abituati ai pachidermici blockbuster con molto kaboom! e poca sostanza, davanti agli appena 100 minuti de L'alba del Pianeta delle Scimmie, c'è di che rimanere piacevolmente colpiti, soprattutto quando questo è a favore dell'economia del film e della sua  riuscita. L'atteso prequel di una delle saghe cinematografiche più seguite di sempre, è infatti, al di là di ogni più rosea aspettativa, perfettamente centrato.  Lo è nel portare avanti la tesi palesata sin dalla locandina - l'evoluzione diventa ribellione - e lo è ancora di più nel rinnovare un immaginario cinematografico quasi impossibile da scalfire, anche tra chi conosce distrattamente 'Il Pianeta delle Scimmie'. Lo scienziato Will Rodman, al lavoro su una cura per l'Alzheimer - malattia di cui è affetto anche suo padre - finirà con l'avvicinarsi al mondo che manipola per i "suoi" scopi (o per una causa più alta, decidete voi), portandosi a casa un cucciolo di scimmia, Caesar, che presto rivelerà doti inaspettate. Attualissimo nei contenuti, il film di Wyatt è un action che non disdegna il dibattito politico ed etico sulla sperimentazione, partendo dalla storia e concedendosi l'effetto speciale solo quando strettamente necessario: e una sequenza – mozzafiato – come quella sul Golden Gate Bridge può funzionare e rimanere impressa nella memoria solo partendo da tali presupposti. Ma il cuore pulsante di questa "Alba" è tutta nelle scimmie digitali, a partire da Andy Serkis, che presta corpo e anima a Caesar con risultati a dir poco incredibili. Insieme a lui, un vero e proprio esercito di primati che acquista una consapevolezza che difficilmente dimenticheremo presto. 


E in un film tenuto in piedi principalmente dalle scimmie, anche il cast "umano" non è da meno. John Lithgow è il cavallo di razza di sempre, infondendo sensibilità in un uomo che sfiorisce di fronte al proprio destino; James Franco, a suo agio nel gestire le contraddizioni del personaggio, è l'eroe contemporaneo che non ha bisogno di diventare "super", funzionando alla grande in tutti i duetti con Caesar; Tom Felton è un bad ass credibile e insopportabile al punto giusto. Discorso a parte per Freida Pinto, certamente non aiutata dalla sceneggiatura, che si candida invece ad essere un gigantesco misunderstanding riuscendo ad essere completamente catatonica anche nelle poche scene in cui ha spazio: se vi state chiedendo se Motion Capture e CGI potranno mai sostituire gli attori in carne ed ossa, la risposta è sotto i vostri occhi.

Recensione di Sonny in esclusiva per JAMESFRANCOITALIA