mercoledì 10 settembre 2014

LA RECENSIONE: The Sound and The Fury



di Chiara Fasano

"Life's but a walking shadow […] / […] It is a tale / told by an idiot, full of sound and fury / signifying nothing." "La vita non è che un'ombra che cammina […] / […] un racconto / narrato da un idiota, pieno di urlo e furore / che non significa niente."

Quell'urlo e quel furore di cui parlava il re di Scozia Macbeth nel monologo più famoso della tragedia shakespeariana hanno dato il titolo all'omonimo romanzo dello scrittore americano William Faulkner, il quale voleva, così, sottolineare lo stesso pensiero del drammaturgo inglese e cioè che per quanto gli uomini e le loro vite siano ordinari, piccoli, effimeri in rapporto all'immensità del tempo e dello spazio, in quel misero tempo in cui è dato loro di vivere, sono travolti da vortici di accadimenti, da uragani di situazioni e di rapporti umani, da quello stesso urlo e quel furore che fanno di ogni irrilevante piccola vita un'esperienza epica. Qui sta la grandezza di William Faulkner, che come Shakespeare, raccontava di uomini e gesti quotidiani, ma con una scrittura in grado di elevare quelle storie ad un valore assoluto, universale, eterno.

E ha fatto bene James Franco a riportare quei versi del Macbeth in apertura del suo adattamento cinematografico del romanzo di Faulkner, presentato alla 71° Mostra del Cinema di Venezia, come fosse un avvertimento per lo spettatore: attenzione a quello che stiamo per mostrarvi, non fermatevi alla superficie della vicenda, elevatevi insieme a lei. Non a caso Franco, in conferenza stampa, ha detto che quando pensa al romanzo di Faulkner non gli viene in mente tanto la trama, il cosa, ma il come, il modo in cui è stata elaborata. 



La storia di partenza è quella di una famiglia americana del Mississippi della fine degli anni Venti, un tempo aristocratica e istruita, ma ora in decadenza, un po' per la crisi economica, un po' per eventi interni al nucleo familiare: il ritardo mentale di uno dei figli, Benjy (interpretato nel film da James Franco), il suicidio di quello più promettente, lo studente di Harvard, Quentin (Jacob Loeb), la scandalosa gravidanza dell'unica figlia, Caddy (Ahna O'Reilly), costretta ad abbandonare la sua bambina alla nonna e al terzo figlio, il represso e violento Jason (Scott Haze). Nel romanzo, la vicenda non è raccontata da un freddo e obiettivo narratore esterno, ma è divisa in quattro capitoli, ciascuno dei quali ha un protagonista, rispettivamente Benjy, Quentin, Jason e la serva Dilsey ed è attraverso i loro occhi, i loro pensieri, i loro ricordi, i loro flussi di coscienza, che si va progressivamente a conoscere la storia. James Franco ha coraggiosamente scelto di seguire la stessa struttura del romanzo, dividendo il film questa volta in tre capitoli ("ìBenjy", "Quentin", "Jason"), e quindi narrando a partire da tre prospettive. Ma c'è di più: come Faulkner con i suoi lettori, Franco proibisce allo spettatore di restare comodamente seduto in poltrona a guardare la storia svilupparsi davanti ai suoi occhi. Franco, come Faulkner, chiede allo spettatore di partecipare attivamente ai fatti, guardare e ricostruire gli eventi con gli occhi dei personaggi, introdursi nei loro ricordi, elaborare i loro pensieri, così sarà egli stesso a mettere insieme, pian piano, le tessere di quello che sarà il mosaico finale. Solo allora potrà tornare sulla poltrona, guardare il mosaico finito a distanza e ammettere di aver capito, che è tutto molto semplice, che quella storia è la sua storia, perché in questa vita cosa c'è di più prezioso dei legami con le persone a cui teniamo più che a noi stessi? Cosa ci distrugge di più del vederci strappato via qualcosa di estremamente importante? Cosa ci annienta di più di quando perdiamo tutto quello che, di fatto, ci teneva in vita? Così noi siamo Benjy, quando ricorda con confusa nostalgia gli odori del passato; siamo Quentin quando si strugge di gelosia, invidia, angoscia e amore estremo; siamo umani, terreni e colpevoli nostro malgrado tanto quanto Caddy; abbiamo negli occhi la stessa disperazione di Jason quando cerca con le ultimissime forze di aggrapparsi a quel poco che gli resta quando ormai ha perso tutto. Capiamo così che nulla è ordinario, banale o irrilevante nelle nostre piccole vite. Che ogni piccola vita è travolta dall’urlo e dal furore. Che ogni piccola vita è epica. 

Faulkner si occupò anche di cinema e sarebbe stato fiero di questo adattamento, forte di una regia solida e consapevole, di una perfetta ricostruzione storica, di un uso sapiente della fotografia che scandisce i salti temporali, di un cast in stato di grazia (Scott Haze e Ahna O'Reilly un gradino sopra gli altri) e che ha come pregio maggiore il rispetto profondo nei confronti del materiale originario e la fedeltà al suo spirito. 

ENGLISH VERSION AFTER THE JUMP >>

by Chiara Fasano

"Life's but a walking shadow […] / […] It is a tale / told by an idiot, full of sound and fury / signifying nothing."

William Faulkner quoted Shakespeareis lines from Macbeth in the title of his novel, The Sound and the Fury, in order to point out a belief that he shared with the English playwright: as ordinary, small, ephemeral as people and their lives are compared to the immensity of time and space, in that little time people live their lives, they are overwhelmed by a turmoil of events, situations and relationships that make every irrelevant little life an epic experience.

Here lies Faulkner's greatness. Like Shakespeare, he wrote about ordinary people and trivial actions, but his style was able to raise those stories to a higher level, an absolute, universal, eternal one.

Opening The Sound and the Fury film adaptation, that premiered at the 71st Venice Film Festival, directed by James Franco, quoting those lines from Macbeth was the right thing to do. It is as if the director wants to welcome the audience with a warning: pay close attention to what we are about to show you, don’t stick to the surface of the story, raise up as it raises. In fact, during the press conference, James Franco said that when he thinks about Faulkner’s novel, the first thing coming to his mind is not the plot, the what, but how the author approached that plot. 

The book is set at the end of 1920s and it is about the downfall of a once wealthy educated American family from Mississippi, caused by the recession and by some tragic and life changing events that happen within the family. One of the children, Benjy (played by James Franco in the movie) is mentally retarded; the most promising son, Quentin (Jacob Loeb), an Harvard student, commits suicide; Caddy (Ahna O'Reilly), the only daughter, gets pregnant and the scandal forces her to run away and leave her own daughter to the cares of Caddy's mother and brother, Jason (Scott Haze), a violent and repressed man. In the novel, the story is not told by a cold and objective external narrator, but it is divided into four chapters, each of which is narrated through the point of view of one of the characters, respectively, Benjamin, Quentin, Jason and Dilsey the servant. It is through their eyes, their thoughts, their memories, their streams of consciousness that you gradually get to know what the story is about. James Franco bravely chose to follow the same structure of the book, dividing his film in three chapters ("Benjy", "Quentin", "Jason"), therefore organizing the narration starting from three different perspectives. And there is more: as Faulkner did with his readers, Franco forbids the audience to easily stay seated in their chair while the story develops in front of their eyes. Like Faulkner, Franco asks the audience to enter the story, actively take part in it, look at the events with the eyes of the protagonists, sneak into their memories, elaborate their thoughts, so little by little the audience itself will assemble all the pieces of the final puzzle. Only then they can go back to their seats, look at the finished puzzle and finally admit they have understood it all, that it is all quite simple, that that story is also their story because what in this life is more precious than our relationships with people we care about more than ourselves? What destroys us more than seeing something extremely important taken away from us? What annihilate us more than the moment we loose everything that until then had actually kept us alive? So we are Benjy, when he remembers some smells from his past with vague melancholy; we are Quentin, when he consumes himself with jealousy, envy, and extreme love; we are sinners, as human and earthly as Caddy; we have in our eyes the same look of sorrow that there is in Jason's eyes, when he desperately tries to hold on tight to what he has left after he has lost everything. We understand that nothing is ordinary, trivial or irrelevant in our little lives. Every little life is overwhelmed by the sound and the fury. Every little life of ours is epic.

Faulkner worked in the movie business as well and he would have been proud of this film adaptation, which relies on a solid and aware direction, a masterful cinematography that marks the time jumps, a superb cast (Scott Haze and Ahna O'Reilly above all) and whose greatest quality is its deep respect towards the original material and its loyalty to the novel's spirit.

4 commenti:

  1. Bravissimi come sempre!

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  2. Ciao ragazze! Ero a Venezia anche io, ma non ho potuto vedere il film perchè era vietato ai minori di 18 anni, che rabbia!!! Sembra molto bello. Volevo ringraziarvi per il lavoro che fate, vi ho scoperto da poco perchè seguo James da Spring Breakers, ma sto scoprendo un sacco di notizie grazie a voiiiii!!!! Muaah!

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  3. Ciao @Dani, grazie e benvenuta!

    @anonimo, il film non ha ancora distribuzione

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