domenica 15 settembre 2013

Venezia 70: la recensione di 'Child of God'



di Sonny

Portare sul grande schermo un'opera letteraria non è impresa facile. Da una parte c'è il vincolo del testo di riferimento che non dovrebbe mai essere ridotto solo a semplice "soggetto"; dall'altra il pubblico e il modo in cui ha recepito quello stesso testo. Non tradire le aspettative del lettore che "riscrive mentalmente" in immagini un libro, mentre lo legge, rendendolo proprio, è forse lo scoglio più difficile da superare. Per quanto una trasposizione cinematografica possa essere fedele, ci sarà sempre qualcuno deluso dal risultato finale. Non esiste quindi la formula ideale per una resa perfetta, ma un regista in equilibrio tra il testo e l'esperienza soggettiva come lettore, ancora prima che come architetto dell'immagine, è un regista che certamente parte col piede giusto.

Nel trasporre "Child of God", uno dei classici di Cormac McCarthy ambientato sul confine della frontiera americana, James Franco raggiunge con successo questo equilibrio. La sua esperienza di regista che manipola testi scritti ha radici lontane: dal corto "The Feast of Stephen" fino all'ultimo "As I Lay Dying", Franco si è confrontato con la poesia e la letteratura con cui è cresciuto e che ama, filtrando con occhio contemporaneo opere ritenute intoccabili. La chiave per una buona resa di "Child Of God" era tutta in Lester Ballard, protagonista ingombrante e scomodo che non concede appigli e vie di fuga. Capirlo, senza giudicarlo, entrare nella sua testa, nelle sue viscere malate, spingendosi fino a quel cuore appassito eppure pulsante, era la strada giusta da percorrere.

Prima di dirigere la sua versione della storia, James Franco ha discusso con McCarthy sui messaggi del libro e le motivazioni di Ballard: "Non lo so James. Io so solo che c'è gente come lui in giro.", la risposta dello scrittore. Semplice, secca, basica. Forse lo stile del film nasce sull'onda di questo scambio di opinioni e James decide di raccontare Ballard come fosse dentro ad un documentario antropologico, riducendo all'osso il punto di vista nel testo di McCarthy è quello corale degli abitanti del postoper mettere la narrazione tutta sulle spalle di un enorme Scott Haze, che è come un cumulo di ossa e fango intagliato in robusto legno. Lo seguiamo trascinarsi bofonchiante per i boschi della contea di Sevier, nel Tennessee, tra le sterpaglie a raccogliere legna per il fuoco, a defecare, a scuoiare animali, fino alla deriva parafilica di corpi violati dopo la morte. Ballard è il reietto in una società che lo ha messo ai margini, Ballard è un regressione allo stato primordiale dell'uomo, Ballard cerca l'amore, seppure nell'abominio, e non è molto diverso da noi


E' proprio questo il passaggio che non ci fa distogliere lo sguardo anche nelle scene più feroci e difficili del film. Non si tratta solo di empatia, ma del riconoscimento di quel buco nero in cui forse saremmo costretti a guardare se privati di tutto. Ballard ci spaventa non per quello che fa, ma perché capiamo le radici profonde del suo male.

L'occhio di Franco segue inesorabile la sua discesa agli inferi e nel restituirci il personaggio che abbiamo già incontrato nel testo di McCarthy, non rinuncia ad incredibili pennellate personali che rendono "Child of God" un'esperienza totalmente nuova. Basta solo citare la scena in cui Ballard veste il cadavere della sua prima vittima con un vestito appena comprato giù in paese, dove Scott Haze riesce ad essere contemporaneamente bestiale e buffamente impacciato quasi come fosse Charlie Chaplin in uno dei suo sketch comici. Il risultato è di straordinario effetto e conferma il talento di un regista in ascesa che sa cosa raccontare, come farlo, e procede coraggioso verso un'idea di cinema sempre più personale e non convenzionale.

English version after the jump>>

It is never easy to adapt a litterary work for cinema. An adaptation depends on the original text that should not be simply the film's "subject" and on how that same text had affected the audience. The toughest lump to swallow is not to betray the expectations of the readers that, page after page, "mentally re-write" a book through their imagination, making it their own. No matter how loyal an adaptation is, in the end someone will be disappointed. An ideal formula for the perfect adaptation does not exist, but the director who keeps the balance between the text and the subjective reader's experience and is an even better architect of the image, is a director who starts on the right foot.

In his adaptation of "Child of God", one of Cormac McCarthy's classics set on the verge of the American boundery, James Franco successfully keeps that balance. As a director, he has a long experience in adapting litterary works: from his short film "The Feast of Stephen", to his most recent "As I Lay Dying", Franco has challenged himself with the poetry and the prose he's grown up with and that loves, filtering with a contemporary eye some texts that most people consider untouchable. The key for making "Child of God" a good film was to be found in Lester Ballard, its cumbersome thorny leading charcter, who allows no way out. Understanding him, not judging him, penetrating his mind, his sick guts, pushing themselves up to that withered yet beating heart was the right way to to it.

Before directing his version of this story, James Franco talked to McCarthy about the message of the book and Ballard's motivations: "I don't know James, I only know there are people like him around." That was the author's answer. Simple, abrupt, basic. Maybe the style of the movie came from this opinion exchange and James decided to portray Ballard as if he was the protagonist of an anthropological documentary, shrinking the point of view to the backbone in the book the perspective is that of the locals' in order to burden only the great Scott Haze with the narration. He is like a heap of bones and mud notched in strong wood. We follow him mumbling and dragging himself into Sevier County in Tennesse, gathering firewood, defecating, skinning animals, we see it all through up to the paraliphic drift of after-death violated bodies. Ballard is the reject of a society which has placed him on its margins, Ballard is the retrogression to a primordial condition, Ballard longs for love, even if in abomination, and he is not as different as we are.

That is the aspect that keeps us glued to the screen, even during the most difficult ferocious scenes. It is not just about empathy, but about the acknowledgement of that black hole we'd maybe be forced to look at if deprived of everything. Ballard scares us not because of what he does, but because we understand the deepest roots of his evil.

Franco's eye relentlessly follows his descent to the underworld and through giving us back the character we had already met in McCarhty's work, he doesn't part with an amazing personal touch that makes "Child of God" a totally new experience. Like the scene where Ballard clothes his first victim's body with a dress he's just bought in town: Scott Haze manages to be at the same time beastly and awkward, almost like Charlie Chaplin in one of his comic sketches. The result is extraordinary and confirms the talent of a director that knows what he wants to tell, how to do it and goes on bravely towards a more and more personal, non conventional idea of cinema.

4 commenti:

  1. Splendida recensione, mi sembra di toccare con mano il clima terrificante che aleggia intorno a questo personaggio così mostruoso e isolato da suscitare anche un pizzico di pietà, come un bambino abbandonato a se stesso. Davvero tremendo!

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  2. I love you
    James Franco



    Alan
    Kula, Hawaii

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  3. quando uscirà il film?

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    1. E' presto per dirlo. Il film al momento non ha ancora una distribuzione

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