Regia: Gus Van Sant
Anno: 2008
Con: Sean Penn, James Franco, Emile Hirsch, Diego Luna, Josh Brolin

Trama: Attivista del movimento degli omosessuali, la sua vita ha cambiato la storia e il suo coraggio ha cambiato la vita di tante persone. Nel 1977, Harvey Milk diventa il primo omosessuale dichiarato ad avere accesso a una importante carica pubblica in America. La sua non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. Al grido di "il mio nome è Harvey Milk e voglio reclutarvi tutti" guadagna moltissimi sostenitori ma anche nemici.
Ripensando alla filmografia di Gus Van Sant, Milk poteva essere diretto solo a quel punto del suo percorso artistico. Ritorna in mente il fuoco catartico di Paranoid Park, cruciale nella crescita di Alex, quando la morte irrompeva brutale nella sua realtà di adolescente e la colpa, riversata su un foglio recapitato ad un falò, lo restituiva alla vita, per sempre. Un'apertura al futuro inedita, se si guarda alla precedente trilogia in cui la morte, al contrario, non concedeva sconti. Con Harvey Milk, primo gay dichiarato della storia americana a rivestire una carica politica, Van Sant continua idealmente questo nuovo corso. Ed è ancora il fuoco a chiudere il film, quello di trentamila fiaccole brandite durante il corteo in onore di Milk, morto sotto i colpi di una pistola che anzichè zittirlo, hanno amplificato il suo messaggio, riverberandolo fino ad oggi. Facendo propria la convenzionale struttura del biopic, Van Sant racconta l'uomo marchiando a fuoco le sue parole sulla pelle dello spettatore. Siamo ben lontani dagli sperimentalismi del passato, ma non sorprenda la scelta di tradire il linguaggio a favore del contenuto: il vestito buono, riconoscibile dal grande pubblico, ne giustifica gli intenti, come succede ad Harvey Milk nella sequenza in cui abbandona l'aria freak per mostrarsi "rassicurante" agli occhi degli elettori e portare avanti la sua battaglia per i diritti della comunità omosessuale. Milk è di fatto un film politico.
Una soluzione che comunque non priva Van Sant del gusto per la messa in scena, come quando affida l'orrore dell'intolleranza al riflesso di un fischietto, di uno specchio, di un vetro o mischia abilmente il rigore delle trasferte hollywoodiane negli anni '90 (In Good Will Hunting, Finding Forrester) agli split screen pop di My Own Private Idaho e la spietata freddezza di Elephant. Continua quindi la costruzione di un cinema personale, coerente, ancora una volta immediato, urgente, necessario, perso nel racconto di squarci di vita che tenta disperatamente di allontanarsi dai margini.
Recensione di Sonny per JAMESFRANCOITALIA