mercoledì 21 novembre 2012

James Franco Masterclass a Roma: il resoconto di "James Franco Italia"

di Chiara Fasano

Protagonista della penultima giornata del Festival Internazionale del Film di Roma, James Franco, dopo aver ricevuto il premio Cubovision alla carriera, ha tenuto una Masterclass su cinema e arti visive, moderata dall'esperta Alessandra Mammì. Il poliedrico talento americano si è raccontato al pubblico, parlando della sua carriera oggi, sempre più a cavallo tra diversi generi artistici.




"Sono nato a Palo Alto, in California. Andavo a scuola con la figlia di Steve Jobs. Vivevo nel cuore della Silicon Valley, sede prima della Apple, poi di Google e ora di Facebook. Hollywood era molto lontana da me. Mi sono avvicinato alla recitazione a San Francisco, ma il mondo del cinema era talmente distante, figuriamoci la prospettiva di studiare regia! Ero fan di James Dean e anche di contemporanei come River Phoenix, ma era frustrante per me vedere che loro erano già attori di successo a quindici anni e io a diciotto, senza esperienza, mi sentivo già troppo vecchio. Mio padre era laureato in affari e telecomunicazioni e voleva avvicinarmi alla matematica, non appoggiava il mio desiderio di studiare arte alla Rhode Island School of Design, così il compromesso fu di studiare letteratura alla UCLA di Los Angeles. Ero immerso nella Movieland. Tutte le persone conosciute lì, volevano recitare e si davano da fare in quel senso. Era ciò che volevo anch'io, così lasciai l'università, anche se ora mi rendo conto che non ce n'era bisogno. A quel punto i miei decisero di non sostenermi più e io dovetti mantenermi da solo. Ho lavorato da McDonald's, ho fatto uno spot pubblicitario per Pizza Hut e ho mosso i primi passi nel cinema. Così per otto anni. Ho solo recitato, non ho fatto altro, ma non ho mai abbandonando i miei altri interessi: ho continuato a studiare letteratura e arte per conto mio. Sei anni fa mi sono di nuovo iscritto all'università e continuo a conseguire master, uno dei quali proprio alla Rhode Island School of Design. Ora considero la recitazione il mio day job. Il resto del tempo lo impiego dedicandomi a ciò che mi sta più a cuore: progetti artistici, regia e scrittura."

Poi Franco ha parlato del progetto di Rebel, espressione del suo interesse nelle commistioni, nel lavorare con artisti provenienti da diversi campi e con diverse forme d'arte. Perché "se un poeta come Wordsworth vagava nella natura e trovava l'ispirazione per le sue poesie, oggi ciò che ci circonda e ci influenza sono i media: tv, internet e cinema. Non so se sia un bene, ma le immagini oggi sono al centro della nostra vita e scrivono la nostra identità. Pensiamo a noi stessi e a quello che ci circonda attraverso le immagini che recepiamo dai media. Così ho lavorato su un film che significa molto per me, Gioventù Bruciata, una pietra miliare del cinema e della cultura; la sintesi di tantissime cose che hanno a che fare con il cinema, la recitazione, la celebrità, il cinema e Los Angeles e, come fece Douglas Gordon con Pshycho, l'ho considerato come materiale grezzo da rielaborare. Ma non volevo che fosse un esperimento puramente cinematografico, così ho deciso di collaborare con persone provenienti dal mondo delle arti visive - Paul e Damon McCarthy, Aaron Young, Harmony Korine, Ed Ruscha, Terry Richardson e Douglas Gordon. Spostando un oggetto da un mondo a un altro, l'oggetto in sé già si modifica nello spostamento. Quindi ognuno di noi ha lavorato su scene diverse del film così da dargli nuova vita, nuovi significati e nuove forme, diventando insieme video, scultura, pittura, istallazione, performance. Un progetto multimediale che abbiamo presentato nella cornice dello Chateau Marmont di Los Angeles, ricreando al MOCA il luogo simbolo della Hollywood di quegli anni.

Incalzato dall'osservazione della moderatrice su come l'avanguardia del Novecento avesse a che fare con l'arte nello spazio, a differenza delle ricerche avanguardistiche oggi, che si concentrano sulla cattura del tempo, la potenzialità narrativa e l'immaginario cinematografico, Franco sottolinea l'enfasi sulla narrativa nel linguaggio del cinema contemporaneo. "Poiché il cinema di cassetta, come scopo ha quello di vendere i biglietti, deve avere alla base una narrativa coerente, storie che abbiano un inizio e una conclusione. A me questo non interessa quando lavoro ai miei progetti. Alcuni artisti come Julian Shnabel si sono spostati dal mondo dell’arte a quello del cinema. Io voglio andare nella direzione opposta. I miei scopi sono diversi. Gli scopi dell'arte sono diversi. Così come le aspettative delle relative fruizioni. L'arte non deve intrattenere il grande pubblico, quindi può focalizzarsi su elementi marginali, oscuri e parziali. A me interessa usare il cinema come medium, ma rompere tutti gli schemi della narrazione."

Si può aumentare la sensibilizzazione del grande pubblico verso l'arte? "No. Il cinema è da cento anni un'arte popolare. Ora è in competizione con videogames, internet e TV, ma è sempre stato pop. L'arte e la poesia hanno un'audience più piccola. È nel momento in cui scegli con quale medium lavorare che scegli il tuo pubblico. Mi piacerebbe che le arti fossero diffuse in modo più ampio, ma non è possibile, perché non saranno mai popolari come lo è il cinema."
 
James Franco è notoriamente molto legato a Marina Abramovic, l'ha intervistata diverse volte e, nel 2010, ha partecipato alla performance dell'artista serba "The Artist is Present", al MoMa di New York. Ammettendo di non aver dovuto fare la coda come tutti gli altri, per l'amicizia che lega alla Abramovic e al curatore dell'esibizione, Franco ricorda che quella performance fu vissuta con grande eccitazione dai newyorkesi. "Ogni giorno per tre mesi, era come se al MoMa ci fosse stata una première di un film molto atteso o come se la gente andasse a incontrare un leader spirituale. L'artista era seduta immobile al centro della sala e i visitatori, a turno, sedevano di fronte a lei. Era concesso fare qualsiasi cosa, per tutto il tempo che volevano, odiati ogni volta dagli altri intorno, che volevano arrivasse al più presto il loro momento. Per me è stata un'esperienza molto strana. Ero sotto gli occhi di tutti, sensazione familiare. Stare lì immobile senza dire o fare niente, mi ricordava le sedute di meditazione a cui mi portava mio padre, ma che non mi entusiasmavano più di tanto. La differenza è che la meditazione è un momento molto intimo. Ci sei tu, che rifletti da solo su te stesso. Al MoMa invece avevo Marina davanti a me, la guardavo negli occhi. Era una sorta di scambio di energie, di comunicazione silenziosa tra me, Marina e i visitatori intorno. Lei mi ha detto che in quei mesi ha capito quanto dolore prova la gente."

A conclusione dell’incontro, c'è tempo per una domanda dal pubblico. "Meglio che sia buona!", scherza l'attore. "Quanto influisce il suo background artistico nella preparazione di un ruolo? E' buona?" "Sì, è una bella domanda. All'inizio della mia carriera mi avvicinavo ai ruoli con l'approccio sbagliato. Andavo in profondità del personaggio anche dove non c'era bisogno. Per esempio, quando ho lavorato in Milk, ho studiato tutto su Scott Smith. Il materiale era ampio perché si trattava di una persona reamente vissuta. Ma il film si chiamava Milk, non Smith, quindi non potevo interpretarlo come avrei fatto se fosse il protagonista. Mi sono limitato a considerare il suo rapporto con Harvey Milk, diviso tra politica e vita reale. Ora è questo l'approccio che utilizzo con ogni progetto, indipendentemente dal medium a cui appartiene."

10 commenti:

  1. Chiara: da traduttrice a reporter. Ma chi ti ammazza più ;)
    Grande James: il suo è un punto di vista sempre obiettivo. Non saprebbe mentire neanche sotto tortura.

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    1. ahahahah
      Tra qualche giorno leggerete resoconti un po' più personali.

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  2. Ecco, Chiara, è quello che aspetto con molta ansia! Non vedo l'ora di leggerlo!

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    1. Grazie! Arriverà tra poco. :)

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  3. Mi dispiace solo una cosa di quest'incontro: che Douglas Gordon non abbia potuto partecipare. Avrei voluto vederlo interagire con James e avrei voluto conoscere il suo punto di vista su "Rebel". Peccato. Per il resto, è stato esattamente come me l'aspettavo. E' stato bello vedere James prima imbarazzato per la sala piena e l'affetto del pubblico, poi sciolto nel rispondere alle domande. Risposte mai scontate e articolate che hanno ribadito, nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi, quanto impegno e serietà riversa nei suoi progetti. Un'esperienza davvero indimenticabile!

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  4. chiara: la stalker che tutti i james franco vorrebbero avere! <3 giulia

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  5. e comunque la parte sulla Abramovic è quasi da critica d'arte O_o (anonima giulia bis)

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    1. Se lo dici tu, mi fido. ;)

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  6. ahahahah Ciao GIULIAAAAA!! Grazie di aver commentato!

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  7. Sonny, la penso esattamente come te!
    E poi vederlo parlare è qualcosa di estremamente affascinante. Di fronte a lui mi sento come se dovessi solo imparare e nutro un profondo rispetto verso James, lo guardo e dico: caspita, è così che voglio essere!
    Davvero, un'esperienza magnifica che non dimenticherò mai.

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